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Il perdono e la scrittura

( Ciampi’s Lab del 19/2/ 2010 )

Riporto questo pezzo dell’amico Enzo Ciampi (vincenzociampi.it) e – ci tengo a dirlo – non solo perchè mi appare bello ciò che qui scrive ma pure, e assai più concretamente di ciò che si è soliti dire, perchè mi convince.


Essere istruiti a volte è fuorviante. La dimestichezza con le parole pesa. 
La mente umana, in realtà, è un archivio disorganizzato, utilizzato solo in minima parte. Miliardi di frammenti del vissuto che nella normale quotidianità assumono parvenza logica, poi se abbassi le difese impongono la loro anarchia. Nei sogni tutto questo è evidente, la sedia del regista non è tua, il magazzino recupera ciò che vuole e lo ripropone. Ma negli stati intermedi sui cui si articola la memoria puoi oscillare, vagare, navigare a vista.

“Mixing memory and desire”, come scriveva Eliot.

Allora si cerca di dare un nome alle cose ed alle persone, di aggregare i frammenti in sequenze “storiche”, , di giudicare te stesso attraverso concetti che più sono evoluti, meno sono affidabili. 
Solo il processo creativo ti restituisce chiarezza e semplicità; ma prima di arrivarci passi attraverso una nebbia che in realtà è fumo, tanto più intenso quanta è la carne che metti al fuoco.

La trappola del ricordare è subdola: può navigare sopra emozioni già mediate – o dimenticate – senza che riesplodano, facendole rimanere sospese un po’ più su del diaframma, ed è una sofferenza controllabile, che non interrompe l’esplorazione.
Così, nel ricondurre tutto a a parole , concetti, significati,si fa una sorta di letteratura non scritta che non serve a nulla, se non si concretizza in qualcosa di comunicabile e di leggibile; resta in mezzo, racconti a te stesso la tua vita in piccoli episodi, senza garanzia di verità. Con troppa indulgenza.

Qui è il pericolo. Non appena esci dalla taumaturgica dimensione del fare – che contiene in sé, sempre, un po’ di futuro – puoi restare ad osservare quel personaggio (te stesso) che inconsapevolmente hai raccontato per anni, credendolo vero . Basta abbassare la guardia, basta che qualcosa o qualcuno si insinui al momento giusto, e la finzione si dissolve come per incanto. Anzi, per stregoneria.
Sei lasciato solo nella tua originaria fragilità, devi ricostruire il tracciato. Devi raccontare a te stesso un’altra storia, quella vera. E se la scopri troppo diversa, puoi arrivare all’odio. 

“After such knowledge, what forgiveness?” . Dopo una tale conoscenza, che cos’è mai il perdono?
E’ una domanda che non ha che fare con la remissione dei debiti ai nostri debitori. Nè con la giustizia. O il Vangelo. 
Se così fosse, varrebbe solo un paradosso assai veritiero, il seguente : la vendetta non è altro che l’impossibilità di sostenere il peso del rancore; e il perdono è esattamente la stessa cosa.

Qui invece si parla di un altro perdono, che non può essere elargito gratis. Si parla del perdonare se stessi.
Il che non può avvenire subito, alla prima difficoltà, perché in quel caso sarebbe autoassoluzione, autoindulgenza, ricerca di alibi, rimozione, desiderio di ricominciare come prima senza pesi. 
Un perdono di comodo, insomma.

No. E’ indispensabile sapersi perdonare di essere fragili, di non essere invulnerabili, di non essere infallibili. Di non essere eroi viventi in un’epica improbabile, tutta centrata sull ‘affermazione di sè.

Catullo arrivò ad odiare Clodia/Lesbia , che lo tradiva, e poi lo ignorava. Dopo averle dedicato in versi meraviglie d’amore, arrivò a definirla ignobile prostituta. E nell’esprimere questo, Catullo in realtà odiava se stesso, per essersi buttato via, per aver parlato d’amore a chi non conosceva l’amore, mentre era coinvolto e soggiogato da un gioco erotico destinato per sua natura ad esaurirsi. Così Catullo arrivò ad detestarsi, a darsi del pazzo , a non perdonarsi della propria umanità. Solo scrivendo di questo ne prese coscienza, e affidò perdono e riabilitazione ai carmina. Noi possiamo leggerli, e lo sappiamo. Recuperò la propria fragile umanità attraverso la forza della verità, lui che in fondo era uomo coraggioso, in grado di sfidare perfino Cesare. E riuscì ad esprimere quella forza in letteratura. Lesbia era tornata ad essere un suo strumento. 

IL Pilato di Bulgakov odiava se stesso per aver fatto condannare Gesù. Cercava il perdono, e alla fine fu una magia diabolica ad avvicinarlo al perdono; il male a trasformarsi in Bene. Semplicemente, aveva chiesto aiuto, e alla fine l’aveva trovato. Era il perdono di se stesso. perché non serviva redenzione, servivano solo le lacrime, le sue , o magari quelle di altri. Una banale , irresistibile umanità. 

Perdonarsi di essere solo degli umani è il primo, importante passo per accendere una luce di verità su noi stessi. E per riconoscerla negli altri. 

Per chi ambisce a raccontare la vita, o soltanto una storia, è il primo gradino: riconoscere ciò che convive all’interno degli individui suoi simili. “Tu, hypocrite lecteur,mon semblable, mon frére”. Accettare il dolore. Accettare l’errore. Sapere che il bene coesiste con in male, il coraggio con la paura, l’intelletto con le passioni, i desideri con le frustrazioni. Tutto questo, dopotutto, rende veri gli esseri umani. E i personaggi dei loro racconti.

2 Comments

  1. gianfranco cammarata
    Posted 28 maggio 2010 at 20:02 | #

    Ho presentato il mio romanzo all’interno della Cinematheque,piccolo gioiello che ospita i grandi del cinema americano, al 512 della splendida Española Way, a Miami Beach.
    Davanti a me direttori di giornali, di televisioni, registi, attori e produttori. Sagacemente Emanuele Viscuso ( direttore del Sicilian Film Festival ) e Salvo Bitonti ( Direttore Artistico ) avevano preparato il tutto, in ogni dettaglio.
    Non a caso l’evento è stato riportato dalle televisioni americane e dai giornali. Il Sun Post, ad esempio, ha riportato la presentazione del mio romanzo nelle sue pagine.
    ” Gli Altavista “, editore Il Filo è nelle librerie dal mese di Agosto ed avevo già avuto il piacere di presentarlo sui canali Sky ( due volte ), oltre che nei caffè letterari Kalhesa di Palermo e Galleria di Cefalù;inoltre, avevo presentato Il romanzo anche alla Notte della Cultura, a Messina
    Ma l’esperienza avuta , a Miami, al Sicilian Film Festival, è stata davvero unica.
    Attraverso Gli Altavista ho avuto il piacere di presentare al pubblico americano la Sicilia, insieme ai suoi
    sapori, gli odori,i colori,
    le luci e le ombre,
    le ricchezze e le povertà
    la grandezza e le miserie,
    i grandi e piccoli uomini,
    l’illuminante pensiero e il pensiero misero.

    Ho raccontato come
    una famiglia di nobili origini
    si imparenta con una ricca famiglia borghese
    ed entrambe sprofondano
    dall’agio alla modestia.

    Ed ho cercato di spiegare cosa possa essere accaduto, naturalmente inventando il tutto.
    La storia, dunque, si sviluppa quasi con dolore, ma
    un romanzo deve voler dire qualcosa, se vuole essere tale.
    Deve torcerti le budella e disturbare la tua apparente tranquillità,
    porti degli interrogativi che ti facciano riflettere.

    Si tratta, in pratica, del tema della decadenza, osservata attraverso l’irruzione di nuovi valori sociali, in un intreccio di storie che si sviluppano nei decenni scorsi, ma che sono una rappresentazione dell’oggi.
    Nuovi Dei hanno sostituito i precedenti.
    Sono avidi e immorali, ma vincenti. Spazzano via chi li ha preceduti, senza mai voltare lo sguardo indietro.
    E’ stato emozionante già l’essere all’interno di una istituzione culturale americana, quale è la Cinematheque di Miami, ma devo dire che ancor più mi ha impressionato il vendere un libro scritto in italiano a degli americani !
    Da una vita mi accade il contrario…
    Alla fine lo scroscio di applausi e mentre mi chiedevano la dedica sul libro, per farmi perdonare l’ho scritta in americano…
    Gianfranco Cammarata

  2. Posted 28 maggio 2010 at 22:50 | #

    Caro Gianfranco,

    oltre a ringraziarti, da siciliano d’Italia, per tutto questo e, da autore di questo blog, per farmi l’onore di riportare su queste umili pagine un’esperienza che chiunque di noi avrebbe voluto vivere, ti chiedo di continuare a tenere aggiornati me e quegli altri quattro gatti che mi leggono.

    Ninny

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