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L’amore di E.

di Ninny Aiuto


Le spiccavano lustrini e piumette nelle notti simil-mondane. Il resto, l’enciclopedia, serviva da contorno, mostra di un’incessabile curiosita’ di facciata (giacche’ mai senti’ concreto interesse per qualcosa che in lei non si specchiasse, inclusi i paesaggi). Reclamava l’amore, quel bel giocattolo troppo frettolosamente messo da parte. Di qui l’assai vago rimpianto per un vuoto inavvertitamente cercato.
Che dire degli altri? Decise e inutilmente decisioniste le amiche nel rincuorarla, inopinatamente dolci i ragazzi, in specie l’amico del nord che ora offriva soluzioni diversive dallo stupido ricordo di quell’altro, che gliel’aveva pure soffiata neanche il tempo di metterle gli occhi addosso. A lei questo non sfuggiva. E il rischio di trovarsi in imbarazzo non la preoccupava: ormai era libera, anche di sperimentare. Dopotutto, per il passato poteva rimproverarsi poco o nulla. Semplicemente quell’altro non aveva capito quanto lei avesse fatto per tenerselo, ma lui si fissava. Ecco, proprio questo. Anche adesso, per esempio, se solo lui avesse saputo delle ore che lei passava a rimarcare i finali tristi delle poesie d’amore che piu’ le erano piaciute, lui le avrebbe rammentato che “l’arte, d’ufficio, mai dovrebbe aver pieta’ di noi”. In realtá, lui non aveva avuto pieta’ neanche per se’ stesso. Va bene, qualche errore c’era stato, le solite liti e l’ultima, la piu’ stupida, paradossalmente convertita in tragedia. Inizialmente proprio non voleva saperne di tornare con lei, poi, dopo alcuni giorni e altrettanti messaggi, si decise a chiamarla. Si videro e baciarono senza freni nell’auto di lei malamente parcheggiata in un luglio che sembrava distratto. Almeno finche’ lei non dovette dirgli della sua imminente e anticipata partenza per la solita meta di villeggiatura estiva: nell’incertezza di dover patire ancora qualcuno di quei giorni, aveva accettato il passaggio di un’amica. Non poteva fare granche’, la famiglia l’avrebbe raggiunta in pochi giorni. In fondo lei lo amava e s’era trattato solo di una sfortunata coincidenza di tempi: se lui avesse chiamato appena qualche giorno prima, lei non avrebbe…e forse… Ma nulla. Lui non volle capire.

“Gli ex sono ex!” le diceva l’amica piu’ premurosa, quasi potesse sentire la natura delle incertezze di E. Ma poi che termine era ex? Si era ex direttori, ex presidenti, ex respnsabili di settore, ex corridori, nuotatori, calciatori, ma non si potrebbe mai e poi mai esser ex musicisti, scrittori, pittori; amanti. E non poteva neanche troppo lamentarsene: lei stessa aveva indottrinato il suo intorno alla pessima opinione di lui. Che’ se avesse avuto una qualche base, allora quest’assurda malinconia sarebbe divenuta del tutto inspiegabile. “Andiamo a ballare ragazze?”. Era l’antidoto. La pìsta sarebbe stata il suo scenario e uomini in visibilio avrebbero seguito ogni vibrazione delle sue gambe sul corpo.

Quando stavano insieme, anche a lui piaceva vederla ballare ma, pur non ammettendolo, ne era geloso. Quasi pensasse a lei come ad un quadro: ferma spingeva lo spettatore ad un’osservazione composta e piena di soggezione, tanto era articolata la sua bellezza. Ma un suo movimento, qualsiasi, sarebbe stato irresistibile per chiunque vi avesse assistito.

“Mica potevi fare la statuina – passami una sigaretta”.
“Ma no, infatti”.
“Grazie… ti… ti voleva disegnare lui, con i suoi occhi”
“Forse”
“Martini?”
“No, un Negroni. Stasera ho voglia di bere”
“Come vuoi, basta che non ci pensi piu’. Stiamo qui per divertirci”
“Ma si’, stasera ci divertiamo”
“Tanto non ti meritava”
“Questo non l’ho mai capito”
“L’hanno capito gli altri pero’. Ma quello la’ poi?”
“Si’, ma non e’ lo stesso!”
“Ma se ti trovi bene…”
“Si’, si’, ma non e’ questione di trovarsi bene – ah grazie”
“Un tovagliolino?”
“Si’”
“Ma come no? Prima di tutto devi star bene con una persona”
“Sarà… la verità è che a volte non so perchè ci penso”.
“Ecco. Non ci pensare e basta. Dai, che il dj mi pare si sia svegliato!”
“Finalmente!”

Si riavvicinarono al gruppo di amiche con le quali avevano deciso di festeggiare se stesse. Lei, a tratti e in sottofondo, avrebbe continuato a pensare a lui ancora per un po’: chissá dov’era, con chi. Chissá come sarebbe stato vederselo rispuntare all’improvviso…

“Questa é la mia ‘famosa’ amica…”
“Famosa io?”
“Scusa. L’ho detto io alla tua amica: bella come sei pensavo di averti vista sulla copertina di qualche rivista.”
“Ahahah… che tipo! ” – e chissá se lui, dovunque ora si trovasse, si chiedeva le stesse cose.
“Piacere. Marco”
“Piacere, E..”
“So giá il tuo nome”
“Sempre la mia amica, scommetto..” – Chissá se…
“Eh sí, l’ho messa un po’ sotto torchio… Vieni spesso qui?”
“Non spessissimo…” – …ma no! No! Forse… anzi, sicuramente, se ne stava da qualche parte a bere la sua bottiglia preferita con qualche scemetta – “…E tu?”

***

Si sveglió alla prima chiamata della madre che, come sempre, pareva giá l’ennesima. Si alzó e si vide bella. Sapeva di esserlo, eppure poche volte quello specchio le pareva esser stato tanto magnanimo con lei. E al mattino, poi! E pensó anche che poteva ben dirsi “basta”. Basta con quella malinconia, che se anche fosse nostálgia di lui, non sarebbe servita a nulla senza fare un passo. Basta con quell’inconfessato senso di colpa che, lungi dall’aver qualche fondamento, era riuscito a instillarle. Era bravo con le parole lui. In realtá figurarsi se lei davvero avrebbe fatto qualcosa per perderlo; almeno non coscientemente. Basta con quella telenovela degli “ho sentito, ho saputo, sembrerebbe..”. Che se ne stesse pure dove stava, lui. E lei con la sua vita: in fondo non le mancava nulla.
“Devo concentrarmi su quello che ho”, ripeté in mente persino sotto la doccia e, dopo, asciugandosi i capelli. Ma l’accappatoio le si aprí appena a mostrare sullo specchio cenni del suo corpo, e per qualche attimo prese a osservarsi, attentamente, come cercasse dei segni, degli indizi. Quando tornó in sé, voltó di scatto la testa a guardarsi alle spalle, frettolosamente riannodando la cintura del suo accappatoio bianco. Senza volerlo, scoppió in un pianto: riusci’ a malapena a soffocarlo nel primo asciugamano che si ritrovó a portata di mano.
Uscí dal bagno silenziosamente e si preparó. Muta. Solo la madre cercó inutilmente di carpirle qualcosa prima che lei uscisse di corsa in preda all’apparente urgenza di quella giornata.

***

Fuori cadeva una pioggia lenta che teneva compagnia. Dalle vetrine del caffe’ gli ombrelli sfilavano in rassegna mostrando di tanto in tanto il segno della differenza: quei pochi dai colori sgargianti in mezzo a tanti dalla tela scura davano sensazione di solitudine, compassione piuttosto che di viva allegria. E poi, lei pensava, un colore sotto la pioggia e’ come un sentimento costretto.

“É interessante, carino, premuroso. Amabile, m…”
“E a letto?”
“Ahaha… Ma che domande mi fai. ..”
“Siamo o non siamo amiche?”
“Sí, sí. Ma adesso non saprei cosa dirti..”
“Vabbe’, continua… ‘amabile’ e…”
“E… eppure so giá di non esserne innamorata”
“Ma come fai a saperlo?”
“Certe cose si sentono subito!”
“Ancora lui!”
“Lui chi?”
“Non voglio neanche nominarlo”.
“Ah… LUI! Beh, forse.’”
“Forse?”
“Insomma, credo di sí”
“C’é solo un modo per scoprirlo”
“Incontrarlo? No, no… per caritá!”
“E allora che senso ha tutto questo?”
“Non lo so”
“Lascialo perdere quello e concentrati su Marco”
“Ci provo”
“A che ora vi vedete? “
“Tra poco piu’ di un’ora”
“E allora perché mi hai detto che avevi da fare alle cinque?”
“Non mi andava di spiegarti per telefono. Voglio aspettarlo qui, da sola, bere qualcosa e magari approfittarne per leggere un po’ “
“Ah.. allora sará meglio che vada”
“Non prendertela…”
“Ehi, siamo amiche! Nessun problema”
“Grazie tante tesoro!”
“Ci sentiamo domani… e mi racconti”
“Certo”
“Mi chiami tu?”
“La borsa… certo”
“Ah grazie… per poco la scordavo – a domani ciccia!”
“Ciao”

Lei rimase seduta e, non appena l’amica ebbe varcata la soglia, lanció lo sguardo in cerca di un cameriere. Il piu’ simpatico le sembro’ quello col baffettino e senza papillon, in qualche modo perfino rassicurante. Gli fece cenno ed estrasse dalla sua borsa un libro di storia dell’arte pubblicato nel dopoguerra: l’aveva sorpresa proprio ad un bancarella dietro l’angolo, in piazza Esedra, e come gli strideva il titolo su quella copertina bianca con caratteri cubitali neri, forse più adatti ad un libro d’inchiesta. Ordinò un cappuccino e il baffetto del camariere si distese in segno di commiato per l’ordinazione ricevuta; lei lo fisso’ per un momento, poi ripose il libro per una penna ed un’agendina che utilizzava come un taccuino. Pensava fosse il momento di scrivere e non tanto perche’ qualche volta aveva lasciato intendere di amarlo ancora: era la dignita’ della fine che era mancata. Forse era questo dato che trasformava l’incertezza in qualcosa che non era ancora un tormento.
Che strano, era stata lasciata eppure s’era sentita accusata di fuga, di abbandono. Sembrava all’altro d’esser lui la parte offesa. Ma che ne sapeva lui della forza che le era servita per rialzarsi, per vivere quell’estate appena trascorsa come fosse un’estate normale, per riuscire a far presenza nelle occasioni in cui gli amici gliela richiedevano. Lui, a quanto le risultava, era partito in un lungo viaggio solitario. ‘Per riflettere’, lei ci avrebbe scommesso che fosse questo il titolo del suo ennesimo episodio. Perche’ lui se la scriveva la vita, quella sua e degli altri, manco fossero tutti suoi personaggi. E sul finire, quel messaggio: “T’ho amata. Evidentemente più di quanto ti fosse necessario”. L’aveva annotato da qualche parte, ma ormai la ricordava a memoria. Punto’ la penna sulla prima riga di un giorno qualsiasi di un mese estivo e prese subito nota di due tracce che solo dopo avrebbe sviluppato e chiarito nella stesura della lettera: non chiedeva né voleva nulla da lui, eppure stava scrivendo in nome di quell’amore che anche lei aveva voluto. Per questo cercó un incipit al di sopra di tutto ció che era accaduto e cominció a scartoffiare nel suo immenso portamonete tra una serie di aporossimativi bigliettini la cui carta era stata ricavata da angoli di quotidiani, incarti di chewing-gum, scontrini: vi aveva segnato parole e tozzi di frase che avevan attirato la sua attenzione o, addirittura, l’avevan impressionata. E aveva sempre sperato di poterne condividere ancora una volta e almeno una con lui, almeno questa che, una sera, di ritorno da Venezia, aveva notato su una colonna del binario numero 2 della stazione dei treni: “dentro di me eri perfetto, poi ti guardavo e vi confondevo”. Lei stessa non sapeva se era un’inconscia ammisione di responsabilita’, non solo sua ma di tutti gli innamorati. Di certo, conoscendolo, lui ci si sarebbe buttato a capofitto, persino oltre il contenuto di quella missiva non ancora iniziata, e avrebbe costretto la sua mente piu’ che il suo cuorea una reazione, una qualche argomentazione.
Dalla sua protervia polemica era sempre stata affascinata e, al tempo stesso, spaventata. Di bugie gliene si potevano raccontare, come a tutti del resto, ma non di piccole e insignificanti, ché per quelle aveva un fiuto incredibile. Bastava ne cogliesse una perché imprendesse ripide scalate su cime di carta pesta. Ma che storia poteva essere senza i piccoli rifugi di ogni esistenza (una volta le aveva persino confessato di preferire, nel caso, uno di quei grandi inganni che fanno la fortuna delle aneddotiche dei paesi: lei rispose di non sapere se ne sarebbe mai stata capace). Tutto questo non andava ora ripreso ma di certo tenuto bene in mente per qualsiasi considerazione si apprestasse a svolgere ed indirizzargli in quel pezzo di carta. Distratta nei suoi pensieri, fece scattare due volte la punta della sua amata penna a sfera…

“Ciao!”
“Ma…” e i suoi occhi spalancarono tutta la differenza che passa tra il sentirsi e l’esser stati sorpresi. Per ciò anche un vago senso di imbarazzo.
“Sì, lo so, sono piuttosto in anticipo. Ma ho fatto tardi al lavoro e non mi dava tempo… così ho pensato… beh…mi sa che anche tu… Scusa, mica ti disturbo?”
“Figurati!” rispose lei, pronta e sorridente a squarciare quell’odiosa impasse e con essa la pagina che conteneva gli ancor lontani 6 e 7 di luglio, subito accartocciati e spinti con le dita nella bocca che s’apriva tra tazza e piattino, “solo non m’aspettavo di vederti prima di mezz’ora ancora. Non ti siedi?”.
“Vedo che tu qui hai già consumato”
“Sì…”
“Allora che ne diresti di farci una passeggiata sino alla fine del corso? Conosco un posticino che credo ti piacerebbe, perc…”
“Mm…non dirmi nulla. Mi hai incuriosita”
“Fantastico”
“Lascio due spicci e andiamo”
“Bene…”
“Hai un ombrello con te?”
“Sì, l’ho appena comprato per strada”
“Quello?”
“E’ piccolino. Ma scommetto che, se ci stringiamo un po’, ci stiamo sotto entrambi”
“Dimmi la verità, l’hai comprato apposta”
“E se anche fosse?”
“Mm… e se anche fosse? Ne dovremmo parlare….”
“Mica vorremo discutere sotto la pioggia”
“Ahah… sei terribile!”
“Credi?”
“Ecco fatto. Io sono pronta”

Uscirono da quella caffetteria sorridenti e gioviali. Solo alla porta, però, lei ebbe chiara la sensazione di quell’indistinguibile tintinnio di ceramiche e posate su cui i camerieri s’avventavano con impassibile solerzia.

***

“Scusami, ho cercato di fare piano”
“Sì, ma dove vai?”
“A casa”
“Devi proprio?”
” È tardi e non ho avvertito nessuno che avrei….”
“Passato la notte fuori o con me?”
“Entrambe le cose”
“Ah…entrambe le cose..”
“Che c’è di strano?”
“Nulla, nulla”
“Dai, domani parliamo”
“Stai attenta con la macchina a quest’ora”
“È quasi l’alba, ci sarò solo io per strada a quest’ora”
“E gli spazzini”
“E gli spazzini, sì. A proposito, non trovo un orecchino, domani non fare lo spazzino e conservamelo”
“Quindi ci rivediamo”
“Sì, ma fammi sapere dell’orecchino. Ci tengo. Scappo!”
“Almeno un bacio?”
“Hai ragione, scusa…”

S’avvicinò e chinò a baciarlo trafelata, carica di due soli ma voluminosi capi, una giacca ed un soprabito di lana accartocciati tra le braccia come fossero caduti in una cesta.
Marco colse subito la differenza di quel bacio con quelli di quando, la sera prima, era accaduto tutto ma volle addebitarla alla natura dei baci del mattino, secondo lui incerti come ogni alba. La osservó uscire immobile nel suo letto prima di intuire la difficoltà di tornare ad addormentarsi. Fu così che dopo qualche minuto decise di approfittare della levata di buon ora per abbozzare una lauta colazione, che peraltro avrebbe dovuto comporsi di ciò che avrebbe caparbiamente scovato dietro gli stipi del cucinotto annesso al piccolo soggiorno.
Dopo un quarto d’ora di frenetica preparazione, sulla tavola accampò un bricco con latte freddo, una caffettiera fumante, un enorme barattolo di yogurt semivuoto, due fette biscottate da testare e una conserva della zia ancora incartata in un foglio di giornale. Quegli elementi affini, eppure ben separati, davano illusione di dominio sulle proprie cose. Anzi, sentì la necessità di cambiare la loro disposizione circa un paio di volte prima di versarsi almeno una tazza di quel caffè. Poi, scartato il barattolo, la curiosità sul tipo di marmellata contenuta fu subito mitigata proprio da un trafiletto su quella vecchia e maltrattata pagina di giornale. Essa dava stretta cronaca della morte di due giovani immigrati sudamericani in un incidente stradale al ritorno da un concerto serale di un noto cantautore loro connazionale. Si trattava di un ragazzo e una ragazza non più che trentenni, eppure, secondo quell’articolo, ciò che aveva particolarmente commosso la comunità alla quale i due sfortunati appartenevano era un particolare riferito dagli agenti per primi accorsi a quel tragico incrocio: sembra che il corpo esanime del ragazzo ancora stringesse tra le mani un bigliettino della ragazza che recitava “jamàs podrìa vivir sin amar. jamàs podrìa amar otro que tù”.
Marco sorrise di compassione per quella dolce ingenuità d’un tempo, come una marmellata preparata in casa e consegnata a mo’ di reliquia. Cercò la data sul bordo alto della pagina ma lo strappo l’aveva evidentemente persa, solo dalle altre notizie poteva farsi un’idea di una paio di mesi addietro.
Si stava freddando, perciò appallottoló quel pezzo di carta e si versó altro caffè. Sorseggiò. Non gli era venuto poi tanto male.

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