© 2009 ninny

Mtatsminda

di Ninny Antonino Aiuto


Non appena un gruppo di ragazzini gli si raccoglieva attorno, con un sorriso infilava una piega del suo talare ad estrarre una corpulenta mano di caramelle. Tenere, in quell’incarto con su impresso uno spicchio d’agrume. Così era il gesto semplice di don Pallico, e la serietà, l’accuratezza di quel quadro risultavano persino maggiori dei suoi stessi uffici ecclesiali. Che anche la carità potesse essere un modo in sé, come il saluto, ad esempio, che incuranti si presta ai vicini di casa?

Ora pero’ Giano osservava quel musicista in fondo alla vettura: neanche sapeva dove stesse la Moldavia eppure la blusa di quell’uomo ne recava la scritta. Quindi, doveva essere moldavo. E chissà, poi, se questo avesse davvero importanza. Ché non era certo questo il nesso, né gli sarebbe servito per capire che era “altro” da lui – non era questione di migliore o peggiore. I suoi abiti assiemati, i colori trasandati, sembrava il testimonial di una moda “nouvelle bohémienne” – questo sì, era sufficiente. E suonava come un vero artista, riuscendo cioè a far dimenticare che la sua arte avrebbe comunque avuto un prezzo. Suonava e sfilava le persone approntando sorrisi di sperimentata naturalezza. Come un artista si accomiatava, magari tirando fuori dal disprezzo intellettuale per quel pubblico la necessaria dose di ammaliante servilismo.

Era già buio, piovigginava e le luci di Roma battezzavano l’autunno nel fogliame sull’asfalto; il tram curvò lungo la salita del bioparco e le strutture, fuori, parevano chinarsi a sbirciare dentro alla vettura. Qui la musica si fece più vicina, ed in effetti il moldavo gli era ormai innanzi. Giano l’osservò minuziosamente: la pelle scura di tanta fatica, come le mani, grevi, ogni nervatura di sicuro avrebbe potuto raccontare una storia; eppure quei polpastrelli, la loro incapacità a resistere all’inerzia dei tasti bianchi e rigidi, contraddicevano proprio quella gravosità, dando come indizio di una qualche appassionata cura. E il moldavo sembrò non poco appagato da tanta attenzione.
Subito dopo, però, l’esecuzione parve stranamente cambiare di tono, con una levità propria delle cose più intime.

Forse quel brano gli apparteneva, forse quella musica, pensò Giano, era la sola cosa capace di distinguerli da un qualsiasi altro carico di bestiame umano che attraversava la città. E come potevano mani tanto doppie muoversi con tale agilità e delicatezza? Ma la sensazione della marcia in folle, improvvisa sotto i loro corpi, annunciò una fermata e così l’interrogativo cadde come un piede in fallo tra due gradini. Tuttavia a quell’uomo sembrava non importare, tanto prorogava il suo sorriso e rimandava la fine del suo brano. “Din! don! din! din! don!”, lo scampanellìo richiamava attenzione al percorso com’era stato stabilito e all’amara realtà di un suono, così caduca sotto la minaccia di altri suoni. Era la sua fermata, pensò Giano – “din! din! don!” –, perciò cominciò a frugarsi convulso nelle tasche. L’altro capì e cessò la musica, di colpo, proprio come l’espressione che aveva in volto, mentre la mano di spiccioli che Giano aveva allungato si mostrava avida d’imbarazzo: poi, balzata la testa all’indietro per lo schiocco perentorio della vecchia bussola, si sentì cavare dalla mano la moneta più grossa e, con quella, forse, la licenza di un momento.

Il tram riprese la sua marcia, lasciando Giano sul ciglio muto del marciapiede e la bussola, prima precipitosa, ora pareva soffocare nel tocco lieve delle sue nere linee di gomma sensazioni del tutto incomprensibili. Né l’indugiò aveva ragione di durare più di qualche istante, così che in poco si decise e diresse a casa.

 

***

 

D’inverno, un giorno soleggiato fuori della finestra è un cielo di pensieri. Quattro mesi esatti e la primavera sarebbe arrivata: ciò avrebbe coinciso col suo trentaseiesimo compleanno.

Aveva deciso per una passeggiata in centro. Da piccolo,  in macchina con i genitori, di sera pigramente poggiava la testa sul deflettore a leggere tutte le insegne che gli capitavano a tiro. Non era per lui esercizio di lettura, era esercizio di comprensione (fu così che scoperse che un’insegna rovesciata è un segno della bruttezza ingenerata da leggi e regolamenti). Ora Giano si divertiva a compiere lo stesso esercizio con i volti che gli venivano incontro sul marciapiede. Dopo mezz’ora di marcia, fermo al palo di quel semaforo, aveva già messo insieme un discreto numero di visi e di espressioni che, nella breve memoria di quel mattino, avrebbero finito per fissarsi in un sistema di simili ed opposti. Pochi gli elementi spuri: una commessa che sistemava un abito in vetrina, un uomo al banchetto della frutta.

Scattò il verde dei pedoni ma non si mosse, come una lama da banco tagliando in due quel piccolo ammasso di gente che gli si era accalcata alle spalle. Timide incursioni di una musica lieve avevano preso a rivelarglisi all’orecchio e, di colpo, volle come risalirli, fino a quelle due vetrinette: sotto alle lettere color arancio, decisamente anni “settanta” sulla plastica bianca ormai opaca, aprivano il passo ad un ambiente pulito ma sfiancato da anni in cui anche le note s’erano arrese ad un consumo veloce.
Un tipo sulla cinquantina s’accorse di lui e lo salutò parsimoniosamente, continuando ad organizzare i dischi negli scaffali. Tranne che per le parole di una lingua irriconoscibile, quella melodia prendeva forme conosciute.

“Dica pure…”.
“Questa musica…”, tornando con la mente a quel moldavo. “…bella!”
“Eh sì. Proprio bella. Un compositore georgiano.”
“Georgiano?”
“Sì”.
“Mmm… non comprendo le parole…”.
“Neanch’io. Però da qualche parte ho letto che parla di un monte, ai cui piedi sorge Tiblisi e cose del tipo quanto bella sia la luna che vi splende sopra… Mtatsminda mi pare sia il nome… – un po’ difficile da pronunciare, non trova?”
“In effetti”, rispose Giano, con la mente a quel moldavo che non era moldavo. Da quel lontano giorno d’autunno non l’aveva più incontrato e il suo nome, segnato su una garza incollata allo strumento, non lo ricordava: questo, in fondo, lo riempiva come di un senso d’intima vergogna. Ma il rivenditore invase i suoi pensieri:
“Quella che sta ascoltando è una mia copia… Però, se lo desidera, le prendo la copia che sta in vetrina”.
“No, no”, Giano improvviso come un risveglio, “la lasci pure là”. Il rivenditore si mostrò perplesso, ma l’altro aggiunse: “Le spiego: la compro… anzi, gliela pago subito la copia che sta in vetrina, ma la lasci là dove sta…”.
“Eh?”
“Sì. Mi perdoni, sarò più chiaro: passerò tutte le mattine di sabato e vi darò un’occhiata”.
“Come? Credo di non aver ben capito…”.
Giano lo interruppe: “Non mi chieda oltre, mi dica solo se può farmi questa cortesia… Tra quattro mesi esatti sarà il mio compleanno, entrerò e lei mi darà la mia copia ben impacchettata. Insomma, come un dono”.
“Che vuole che le dica? Sembra che per lei sia importante…” alzando le spalle in segno di rassegnata comprensione.

Ormai Giano poteva pagare il prezzo dovuto, poi una timida stretta di mano fu il suo modo di ringraziare e salutare. Per via della sua acuta curiosità sostò alcuni minuti davanti alle due vetrine, con un occhio fissava il suo disco e con l’altro il rivenditore, all’interno, incredulo e dissimulo dietro alle pagine del quotidiano. Poi l’apparecchio sospinse fuori l’attacco jazz di un piatto appena sfiorato – “din! din! tsi-tsi, tsi-tsi, din!”. Era ora di tornare a casa, pensò Giano, e alla logica perversa della carità. A come essa umili chi la chiede, ma sfugga spesso a chi la fa il senso di un vuoto che si colma con un altro vuoto.

Quella volta, sul tram, avrebbe potuto ribellarsi al suo percorso stabilito e consueto. Ma sarebbe stato come porre una mina nell’oscuro ammasso di credibilità che il suo modello di vita aveva consolidato. Eppure adesso, per un luogo e una luna a lui sconosciuti, non poteva far a meno di provare un sentimento piuttosto indecifrabile. Forse aveva qualcosa di quelle vecchie lampade cittadine che a Roma scorrono alte sopra il capo, come satelliti ad illuminare la solitudine delle fontane romane. O forse, pensó Giano, era proprio l’inimagginabile solitudine della luna su Mtatsminda. Scendendo a quella fermata aveva rischiato di perderne per sempre il racconto. Quella voce, peró, non sarebbe mai tornata.

Post a Comment

Your email is never published nor shared. Required fields are marked *

*
*

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>