© 2008 ninny

Intatta (in-tat-ta!)

di Ninny Antonino Aiuto

apparsa per la prima volta il 18 novembre 2008 su ArtuindenfAir n.3 (a pag.13)



…una gran folla scorre sul fiume (ma tanta) – è  compito della Repubblica rimuovere – “Stetson!” Tu che… –  is it stand, is it lie? Ancora là, intera e intatta. Bocas y ojos de lejos a iluminarme de rayos. Ancora là. Articolo centoeundici: il Presidente non è responsabile de l’onor di Cicilia e d’Aragona – mon frère! – “Amore, amore…” – articolo centoeundici, centoedodici – “sono qui”. Sciatto e arrogante appare quel grande  piatto per la pizza e alla fine la pietanza sulla tavola ne esce come banalizzata. “Spett.le…”. Dolci campane ticchettando. “Amore, perché non chiudi gl’occhi quando mi baci?” Yeah, yeh, you. Ticchettando. And I speak feeble words. Ma indubbiamente efficaci (efficaci, efficaci, sì, di così tonda ampiezza efficaci) per il compito a loro preposto. Scrivere. “I dati dell’Istituto Nazionale di Statistica” – e poi additare le parole! – “ci dicono che..”. Nella stanza le donne vanno e vengono. E’ forse questo il più grande dilemma dell’Oste all’alba del XXI secolo. Quando ti nasce un discorso sai che dovrai pascerlo – facciamo causa a Dio! – scrivere, scrivere – “Spett.le…” – …per il compito a loro… –


“Respinta.

L’Onnipotente non ha indirizzo.


In fede,

pur sempre Vostro.”


Nella stanza le donne vanno e vengono – la lucetta rossa non si spegne. Gigante esecutore; un’artista, per l’appunto. Non un poeta. Is it die, is it live? “Egregio dott.…” – words are joining the queue: – scrivere, scrivere; e poi… Quando ti nasce un discorso sai che dovrai pascerlo – “mind the gap!” – “Amore, perché…?” – che dovrai portarlo a scuola (un po’ di scuola ci vuol sempre) – “la vostra lingua sgangherata vi parrà forse siciliano ma…” – che dovrai crescerlo eppure già non sarà più tuo: – “della nostra profonda cultura manca la strategia più peculiare e controversa al tempo stesso” – tu lotterai per lui ma, in verità, non ti rimarrà altro – “Amore, sì, così, così…” – che sperare che il mondo non… –  “ancora, sì, ancora, (“mind the gap!”) adesso apri gli occhi amore mio, apri gli occhi”. Yeah, yuh, huge. La lucetta rossa…, la… Nella stanza le donne vanno e vengono. Trillanti. Scrivere, scrivere; e… – trillanti, nella stanza. Quando ti nasce un discorso sai che… – e se fossi rimasta incinta di un mio discorso, o poesia? Ticchettano dolci le campane. Argentine. – Scrivere attentamente prima di leggere – “e se…?”. Sperare che il mondo non gli faccia poi così male. “Lo terrei amore mio!” Lo terrei. Una gran folla scorre sul Tevere (ma tanta – tacchettando). “I dati dell’Istituto Nazionale di Statistica” – tu lotterai per lui ma… – “ci dicono che solo il 26% della popolazione è consapevole di esser stato un poeta, almeno una volta nella vita, appena il 18% ha ancora la caparbietà per affermarlo, – sei ancora là, intera e intatta – “solo il 5% i mezzi economici per affermarlo prima di passar a miglior vita”. Una gran folla ticchettia sui ponti – adesso che dirà la maestra? – con martelletti (argentini). “Stetson!” A tìa, veni ‘ccà”. Scrivere, scrivere; e poi… – “…vi parrà forse… ma non ci si può mai (e poi mai!) beatamente abbandonare…”


“Egregia Signorina (o Signora?),


La prego di non voler inviare alla mia persona

ulteriori ed ultimissime missive,

neanche per mezzo dello strumento elettronico

(ch’esse strutturano la forma più profonda

del dolore).


In fondo l’ho amata sinceramente.

E senza riserve.


Grazie comunque d’aver partecipato.


Con osservanza,

per sempre intimamente Suo.”


Scrivere. Beatamente abbandonarsi a ribadire di aver torto. “I dati dell’Istituto Nazionale di Statistica ci dicono che solo un imbecille su quattro si scoprirà degno, poi, d’esser chiamato genio. Degli altri tre, le percentuali sono così ripartite: di uno si perdono, generalmente, le tracce, l’altro si camufferà da clown per sfuggire ad ogni genere di persecuzione e il terzo – il probema è che non – sta già bussando alla vostra porta per proporvi l’affare del secolo. Il suo.” Una gran folla scorre sul delta del Tevere, dove si ricongiunge con l’Oreto – ma tanta – e ticchettano dolci (tic! tac!) le campane della Chiesa. Argentine. Nella stanza le donne vanno e vengono. Argentine. Chi ci sarà rimasto in sacrestia? – il probema è che non ci sono solo quattro imbecilli nella nostra vita. “Finisci i compiti! Io vado a buttar l’immondizia”. Sono solo unghie e il grasso sotto non è mio – “in che mondo mai vivremo? Ve lo diremo solo dopo la pubblcità!”. Ricicliamo i rifiuti e facciamone migliori occasioni di lettura – sei ancora là. Intera e intatta (in-tat-ta!). “Finisci i compiti!” Bocas, ojos, rayos, lejos. La bicicletta è sul marciapiede capovolta – tic! tac! toc! – toc? Non insistere altri ritmi o litanie, chè al di là dei vezzi di questa vanitosa lingua… – indifesa e atterrita – non insistere (cuore mesto, purulento) sei solo un mestierante – “Amore/Amore mio, io a te…”. E’, forse, il più grande dilemma. Nella stanza le donne vanno e vengono. Indifesa, e tu con la mano a mostrare il segreto di una ruota che gira. “Vastasu!” Adesso che dirà? – facciamo causa a Dio! “Respinta”. Non c’è la rima su una ruota. “Con impassibile augurio d’aver dato alla vostra intima coscienza…” Non insistere altri ritmi o litanie: – non c’è la rima! – sei solo un mestierante di questa vita: tic! tac! tic! tac! “Seduto!” Immondizia. Articolo centoetredici. Su l’onor de Cicilia e d’Aragona. “Io a te” – tu a me hai donato – “ho donato la mia vita, ma…”. Un tic! Ecco un tac! “Anche da in piedi: seduto!”. Un tic! tac! sulle dolci campane della matrice s’arrende ad un trillìo che ad esse non s’addice. La rima, eccola la rima. Is it stand, is it lie? Centoetredici: e con questo s’intende soppresso il centoedodici. Una gran folla salta a pie’ pari dall’Isola Tiberina alla Scola (ma tanta) che mai avrei creduto che il sole… – “Stetson!” – tic! tac! – “Stetson!” A tìa, ddoco, ddoco no, accura! Tic! tac! Bocas, ojos, rayos. Trillanti. Lejos “Stetson, anche da morto: seduto!”. Facciamo causa a Dio! “Respinta”. Chi ci sarà rimasto in sacrestia? – “Amore/Amore mio, a te…” – …MA! Words are joining the queue: yeah, yes, yohuge. Nella stanza le donne vanno e vengono. Trillanti e ticchettando – sei ancora là. “Lo terrei!” Tic! tac! sulle dolci campane della matrice s’arrende ad un trillìo che ad esse non s’addice. La rima (ma ora che ci faccio?). “I dati dell’Istituto Nazionale di Statistica” – tu lotterai. MA – “ci dicono che nel 40% per cento dei casi uno dei due tic! è in realtà un tac!, capovolto, e per un altro 40% viceversa. Si sconosce, allo stato attuale, – “tic! tac!” – la vera natura del restante e, almeno una volta nella vita di tutti noi, decisivo 20%”. Una gran folla sciama dentro allo Stagnone alla ricerca d’un abisso – “Amore/amore mio, noi non…”. E’ forse questo il più grande dilemma dell’Oste all’alba del XXI secolo. Bocas, ojos. Nella stanza i dorsi affiorano in un dolcissimo acquitrino, beatamente abbandonati a ribadire di aver torto. “L’Istituto Nazionale di Aerofotogrammetria ci dice che una gran folla laggiù (ma tanta) ticchettìa su piccole campanelle – always hanging on your every silence – con bacchettine, argentine, a coprire il ruomore discreto dell’alba – bocas – dietro a quella Chiesa. Tu lotterai, MA…! – Amore/Amore mio, “ora apri gli occhi amore mio…” – chi ci sarà rimasto in Sacrestia? Nella stanza, un dolcissimo acquitrino. Scrivere attentamente prima di… – la lucetta rossa non si spegne. Non ha odore. E sperare che il mondo non faccia troppo male…

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