In nessun modo ancora
estratto da Samuel Beckett, In nessun modo ancora, Einaudi 2008
…..
Qualche raro suono. Che benedizione averne per ricorrervi. Di tanto in tanto. Nel buio e nel silenzio serrare come alla luce gli occhi e ascoltare un suono. Un qualche oggetto che lasci il suo luogo per il suo luogo estremo. Una qualche cosa molle che mollemente frema in breve di non fremere più. Serrare gli occhi all’oscurità visibile e ascoltare se non sia che quello. Una qualche cosa molle che mollemente frema in breve di non fremere più.
Dalla voce una fioca luce s’espande. Quando essa risuona il buio rischiara. S’addensa quando rifluisce. Nuovamente rischiara col flusso fino all’apice del suo fioco. Si reintegra ogni volta che smette. tu sei sul dorso nel buio. Fossero stati aperti gli occhi allora avrebbeero distinto un cambiamento.
…..
C’è naturalmente l’occhio. Che riempie tutto il campo. La palpebra che lentamente s’abbassa. O si solleva se in partenza abbassata. Il bulbo. Nient’altro che pupilla. Sgranata verso l’alto. Velata. Denudata. Nuovamente velata. Nuovamente denudata.
…..
Che l’ascoltatore si chiami H. Aspirata. Hacca. Tu Hacca sei sul dorso nel buio. E che conosca il suo nome. Basta con tutte le ipotesi sul suo origliare. Quanto non destinato a lui. Sebbene a rigor di logica comunque non ve ne siano. Di parole bisbigliate all’orecchio chiedersi se gli sono destinate! Lui è fatto così. Perdita per tanto di tale vaga inquietudine. Di tale fioca speranza. Per uno con così poche occasioni di provare sensazioni. Così inadatto a provarle. Che non chiede niente di più che poter chiedere nient’altro che non provare più sensazioni. Sarebbe auspicabile? No. Ci guadagnerebbe lui in termini di compagnia? No. E dunque non si chiami H. Sia di novo com’era. L’ascoltatore. Innominabile. Tu.
…..
L’ultima volta che uscisti la neve ricopriva la terra. Tu adesso sul dorso nel buio sosti quella mattina sulla soglia che hai dolcemente chiuso alle tue spalle. a capo chino ti appoggi alla porta per apprestarti a metterti in cammino. Non appena riapri gli occhi i tuoi piedi sono scomparsi e i lembi dle pastrano riposano sul manto di neve. La scena buia sembra illuminata dal basso. Ti vedi in quest’ultimo inizio appoggiato alla porta con gli occhi chiusi in attesa che giunga da te stesso l’ordine di andare. Per andartene. Poi la scena con il lucore della neve. Giaci nel buio a occhi chiusi e ti vedi così come descritto mentre ti appresti a tirare dritto attraverso la distesa di luce. Ancora senti lo scatto della porta chiusa dolcemente e il silenzio prima che i passi possano partire. Ed eccoti infine in cammino lungo i bianchi pascoli rallegrati in primavera dagli agnelli e cosparsi di rosso placente. Segui il percorso di sempre puntando dritto alla breccia o squarcio nel pruneto che segna il confine a occidente. Dal tuo ingresso nei pascoli fin là ti occorrono di norma fra i milleottocento e i duemila passi a seconda del tuo umore e delle condizioni del terreno. Ma in quel preciso ultimo mattino te ne serviranno tanti di più. Tanti ma tanti di più. Il percorso è ai tuoi piedi così familiare che se necessario potrebbero seguirlo anche se tenessi gli occhi chiusi con un margine di errore all’arrivo non superiore di pochi passi verso nord o verso sud. E i fin dei conti spinti solo da una necessità interiore è esattamente quello che normalmente fanno e non solo qui. perchè tu procedi se non proprio a occhi chiusi quanto meno il più delle volte tenendoli fissi al suolo al momento davanti ai tuoi piedi. Della natura questo è tutto ciò che hai visto. Da quando chinasti la testa definitivamente. il suolo in fuga dinanzi ai tuoi piedi. Di tanto in tanto. Hai semsso di contare i tuoi passi. per la semplice ragione che ogni giorno il numero è lo stesso. Un giorno dopo l’altro la stessa media. Dato che è sempre la stessa strada. Tieni il conto dei giorni e al decimo li moltiplichi. E sommi. L’ombra di tuo padre non è più con te. Mollò tanto tempo fa. Hai smesso di ascoltare i tuoi passi. procedi per la tua strada senza ascoltare nè vedere. Giorno dopo giorno. La stessa strada. Come se oramai non ce ne fossero altre. per te oramai non ce ne sono altre. Non eri solito fermarti se non per i tuoi calcoli. in modo da riprendere ad arrancare daccapo da zero. Soppresso come s’è visto un simile bisogno non v’è in teoria altro per fermarti ancora. Salvo magari un momento sul punto estremo. Per raccoglierti per il ritorno. Eppure lo fai. Come mai prima. Non per stanchezza. Non sei più stanco adesso di quanto tu non lo sia mai stato. non a causa dell’età. non sei più vecchio adesso di quanto tu non lo sia mai stato. Eppure ti fermi come mai prima. Così che gli stessi cento metri che solitamente coprivi in un tempo di tre o quattro minuti te ne richiederebbero adesso qualcosa tra quindici e venti. Nel bel mezzo del passo il piede non richiesto cade o prossimo a sollevars s’incolla al suolo indicendo il corpo a sostare. Ne consegue uno sgomento di cui il succo, Potranno tornare a muoversi? O meglio, Torneranno a muoversi? Il mero succo. Placato non appena da ultimo come sempre fino a ora lo fanno. Giaci nel buio ad occhi chiusi e vedi la scena. Come non avresti potuto a quel tempo. La cupa volta del cielo. La terra abbagliante. E tu fermo giusto nel mezzo. Con gli scarponi affondati fino al gambaletto. I lembi del pastrano adagiati sulla neve. Nel vecchio capo chino infilato nella vecchia bombetta uno sgomento muto. In mezzo ai pascoli a metà strada sulla solita diritta via verso la breccia. Rigidi gl’infallibili piedi. Guardi dietro di te come allora non avresti potuto e vedi le tue impronte. Un’ampia deviazione. A man manca. Come se d’improvviso troppo gravoso il cuore. Troppo gravoso infine.
…..
Una spiaggia. Di sera. La luce va morendo. Presto non ce ne sarà più da morire ancora. No. Mai niente del tipo nessuna luce allora. Dall’alba è andata avanti a morire e non è morta mai. Sei in piedi dando le spalle allo sciabordio. Nessuno altro suono che questo. Sempre più fioco nel mentre che lentamente defluisce. Fino a quando non torna lentamente a fluire. Ti appoggi su un lungo bastone. Le tue mani riposano sul pomo e la tua testa su di loro. Si aprissero i tuoi occhi vedrebbero per prima cosa laggiù negli ultimi raggi i lembi del tuo pastrano e i gambali degli scarponi affondati nella sabbia. Poi e fin quando non svanisce soltanto l’ombra del bastone sulla sabbia. Fin quando non svanisce alla tua vista. Notte senza luna nè stelle. Si aprissero i tuoi occhi il buio rischiarerebbe.
…..

